Un’interazione su tre è una negoziazione. Ma raramente la chiamiamo così

Negoziazione quotidiana: le trattative che facciamo ogni giorno senza chiamarle così
Negoziazione quotidiana: due colleghi davanti a una lavagna decidono le priorità in un open space

«La vita è negoziazione.»

Chris Voss, Never Split the Difference

«Ogni giorno famiglie, vicini, coppie, dipendenti, capi, imprese, consumatori, venditori, avvocati e nazioni affrontano lo stesso dilemma: come arrivare al sì senza farsi la guerra.»

Roger Fisher, William Ury e Bruce Patton, Getting to Yes

Ognuno di noi negozia qualcosa ogni giorno. Spesso, però, non ne è consapevole. Fisher e Ury richiamano a questo proposito Monsieur Jourdain, il protagonista del Borghese gentiluomo di Molière, che scopre con stupore di avere “parlato in prosa per tutta la vita”. Allo stesso modo, noi negoziamo senza pensarci e senza riconoscere molte situazioni come negoziazioni.

Due colleghi si confrontano su quale attività debba essere realizzata per prima, cercando di conciliare scadenze e carichi di lavoro. Un responsabile chiede di anticipare una consegna e il collaboratore prova a capire se sia possibile farlo, quale altra priorità debba slittare o quale aiuto possa servire. Un cliente insiste perché la soluzione proposta dall’assistenza non risolve il suo problema; l’operatore ha procedure da rispettare, ma cerca con lui una strada diversa. In famiglia si discute di come organizzare la giornata, di dove trascorrere il fine settimana o dell’ora in cui un figlio dovrebbe rientrare dalla discoteca.

Probabilmente nessuno descriverebbe questi episodi dicendo: «Abbiamo negoziato». Eppure, in ciascuno di essi, persone con esigenze almeno in parte differenti cercano di arrivare a una decisione condivisa.

L’idea che negoziamo continuamente è presente da decenni nella letteratura sulla negoziazione. Finora, però, mancava una misurazione del fenomeno condotta nella vita quotidiana.

Uno studio pubblicato il 1° luglio 2026 su Negotiation and Conflict Management Research permette finalmente di attribuire un significato più preciso a quell’affermazione: il 33,55% delle interazioni sociali quotidiane contiene almeno un processo negoziale. In sostanza, una su tre.

Osservare le negoziazioni mentre accadono

Lo studio, intitolato Daily Negotiation and Its Effects on Short-term Pleasantness and Longer-term Well-being, è stato realizzato da Katherine Qianwen Sun, Martin Schweinsberg, Mateo Di Stasi e Jordi Quoidbach.

Il campione finale comprendeva 302 persone residenti negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Per una settimana, un’applicazione ha inviato ai partecipanti alcune notifiche in momenti casuali della giornata. Ogni volta veniva chiesto loro di riferire che cosa stessero facendo, con chi avessero interagito nelle due ore precedenti e come si sentissero. Sono state raccolte 5.286 rilevazioni, relative a 4.384 interazioni sociali.

La scelta metodologica è importante. Gran parte della ricerca sulla negoziazione viene realizzata attraverso simulazioni, questionari retrospettivi o situazioni molto specifiche, come la discussione di un’offerta di lavoro. In questo caso, invece, le esperienze venivano registrate poco dopo essere accadute. Si riduceva così il rischio che i ricordi selezionassero soltanto gli episodi più evidenti o memorabili.

Gli studiosi hanno adottato anche un’altra cautela: nei questionari non hanno utilizzato la parola “negoziazione”. Se avessero domandato direttamente «Hai negoziato?», molte persone avrebbero probabilmente pensato a una compravendita o a un contratto. Avrebbero così escluso una parte rilevante delle interazioni osservate.

I partecipanti dovevano invece indicare se nell’ultimo scambio fossero presenti uno o più dei seguenti processi: raggiungere un accordo, trovare una soluzione accettabile per tutti, persuadere qualcuno a fare qualcosa, convincerlo a vedere le cose dal proprio punto di vista, gestire un conflitto, prendere una decisione congiunta, contrattare su qualcosa oppure svolgere un ruolo di mediazione.

È su questa base che i ricercatori hanno stimato la presenza di una componente negoziale nel 33,55% delle interazioni. Il risultato offre una prima conferma empirica dell’idea che i processi negoziali, spesso informali e non riconosciuti come tali, siano una componente ordinaria della vita sociale.

Al lavoro negoziamo ancora di più

La frequenza cambia in modo consistente a seconda dell’interlocutore. Il dato più elevato riguarda il lavoro: il 54% delle interazioni con i colleghi contiene almeno uno dei processi individuati.

Il risultato appare plausibile se osserviamo con attenzione una normale giornata professionale. Una parte considerevole del lavoro richiede di stabilire priorità, ottenere collaborazione, distribuire responsabilità o modificare una decisione già presa. Anche quando ruoli e procedure sono formalmente definiti, la loro applicazione concreta richiede continui aggiustamenti.

Restando in ambito lavorativo, nei miei interventi di change management sostengo da tempo che il cambiamento organizzativo è anche un processo negoziale.

Le decisioni possono essere assunte al vertice, ma la loro attuazione passa attraverso scambi e adattamenti continui, fatti di consultazioni, discussioni, divergenze e accordi successivi. Chi guida il cambiamento non può realizzarlo, in modo efficace, da solo: è insieme agli altri che si costruiscono le condizioni che ne rendono possibile l’implementazione.

Nelle relazioni personali la percentuale di dinamiche negoziali è inferiore, ma comunque rimane vicina al 30%: il 31% delle interazioni con amici e parenti, il 29% di quelle con il partner e il 28% di quelle con i genitori.

Questo conferma che la negoziazione nasce soprattutto dall’interdipendenza. Come scrive Leigh Thompson in The Mind and Heart of the Negotiator, è «un processo decisionale interpersonale necessario ogni volta che non possiamo raggiungere i nostri obiettivi da soli». Le nostre preferenze possono non coincidere completamente, ma ciascuna parte ha bisogno dell’altra per arrivare a un risultato.

Le forme meno visibili della negoziazione

Il risultato più interessante riguarda la forma assunta dalle negoziazioni quotidiane.

Nell’immaginario comune, negoziare significa soprattutto scambiarsi proposte e concessioni: io chiedo cento, tu offri settanta e cerchiamo un punto d’incontro. La ricerca mostra che questa forma esplicita di negoziazione compare soltanto nel 2,7% delle interazioni osservate.

Il processo più frequente è il tentativo di raggiungere un accordo, presente nel 10,4% delle interazioni. Anche la costruzione di una decisione congiunta è tra le forme più comuni. Tra gli altri processi rilevati compaiono la persuasione e la gestione delle divergenze.

La distanza tra rappresentazione e realtà è rilevante. Le negoziazioni gestite in modo distributivo, nelle quali le parti discutono come dividersi una risorsa limitata, possono avere conseguenze economiche importanti. Proprio per questo, osservano gli autori, possono risultare più visibili e memorabili. L’acquisto di una casa o una trattativa sullo stipendio pesano molto più di numerosi piccoli accordi quotidiani.

La loro importanza non coincide però con la loro frequenza. Molte negoziazioni quotidiane assumono forme meno appariscenti: raggiungere un accordo, costruire una decisione condivisa. In sostanza, le parti cercano soluzioni accettabili per persone che devono continuare a lavorare o vivere insieme.

Il dato suggerisce quindi una concezione più ampia della competenza negoziale. Saper formulare una prima offerta e gestire le concessioni rimane importante. A queste capacità occorre affiancare quelle necessarie per costruire decisioni con chi vede diversamente un problema comune, facendo emergere vincoli e priorità che inizialmente non sono espliciti.

Il rischio di chiamare negoziazione qualsiasi cosa

Una definizione così ampia richiede comunque una precisazione. Se ogni tentativo di influenzare qualcuno diventasse automaticamente una negoziazione, il concetto finirebbe per comprendere quasi tutte le relazioni sociali e perderebbe capacità descrittiva.

Roger Fisher e William Ury definiscono la negoziazione come una comunicazione nei due sensi rivolta a raggiungere un accordo quando le parti hanno alcuni interessi comuni e altri in contrasto. La negoziazione emerge quindi quando persone interdipendenti, con preferenze almeno in parte differenti, cercano attraverso la comunicazione di costruire un esito condiviso. La divergenza può riguardare il risultato oppure il modo per raggiungerlo e non richiede necessariamente una trattativa formale.

Questo confine aiuta anche a interpretare il dato principale della ricerca. I partecipanti indicavano la presenza di singoli processi, senza dover verificare ogni volta tutte queste condizioni. Prendere una decisione congiunta o cercare di convincere qualcuno possono far parte di una negoziazione, ma non sono sufficienti da soli a definirla. Il 33,55% va quindi considerato una stima fondata su una concezione estesa della negoziazione, più che la misurazione di una categoria perfettamente delimitata.

La ricerca presenta altri limiti dichiarati dagli autori. Il campione proveniva da una piattaforma online, comprendeva soltanto persone residenti negli Stati Uniti e nel Regno Unito e aveva un’età media di 25 anni. Le esperienze erano inoltre riferite dai partecipanti stessi: le due persone coinvolte nella medesima interazione avrebbero potuto interpretarla in modo diverso.

Queste cautele suggeriscono prudenza nel generalizzare la percentuale. Rimane comunque rilevante l’indicazione di fondo: i processi negoziali sono una componente frequente della vita quotidiana e assumono spesso forme che non riconosciamo immediatamente come negoziazioni.

Una fatica immediata ma un possibile beneficio nel tempo?

Lo studio ha esaminato anche il rapporto tra negoziazione e benessere psicologico.

Nell’immediato, le interazioni contenenti un processo negoziale risultano associate a una riduzione della piacevolezza percepita. La dimensione dell’effetto è contenuta, ma statisticamente significativa. Negoziare richiede uno sforzo. Lo ricorda anche l’etimologia: il latino negotium, da cui deriva “negoziare”, indica ciò che non è otium, tempo libero dalle occupazioni.

La negoziazione ci espone alla possibilità di un rifiuto, rende visibili le divergenze e quindi può obbligarci a sostenere esigenze ed interessi particolari davanti a qualcuno con cui desideriamo comunque mantenere una buona relazione.

Il risultato aiuta a comprendere perché molte persone evitino di negoziare anche quando avrebbero ragioni valide per farlo. Il costo emotivo si presenta subito, mentre gli eventuali vantaggi sono incerti e possono emergere più tardi.

Allo stesso tempo, le persone che durante la settimana hanno riferito di negoziare più frequentemente presentavano un livello generale di benessere leggermente superiore. L’associazione rimaneva anche considerando fattori come età, genere, attività svolte e tipo di relazioni sociali.

È il dato da trattare con maggiore prudenza. L’effetto è modesto e lo studio non consente di stabilire un rapporto causale. Potrebbe darsi che negoziare con maggiore frequenza aiuti le persone a tutelare i propri bisogni e a sentirsi più capaci di incidere sulle situazioni. È altrettanto possibile che chi possiede già maggiore autonomia e fiducia sia più disposto ad affrontare interazioni impegnative. Inoltre, la relazione tra frequenza negoziale e minori sintomi depressivi non ha raggiunto la significatività statistica.

Attendiamo studi ulteriori per capire se e in quali condizioni negoziare contribuisca davvero al benessere. Per ora consideriamo questa possibilità solo una suggestione. Ma chi non ha provato una certa soddisfazione dopo essere riuscito a superare un blocco e ad affrontare una trattativa su una questione importante, almeno in parte indipendentemente dall’esito?

Riconoscere la negoziazione

Fisher e Ury osservavano già che il metodo da loro proposto può essere utilizzato dai diplomatici impegnati sul controllo degli armamenti e dalle coppie che devono decidere dove andare in vacanza. G. Richard Shell individua a sua volta una struttura ricorrente del processo negoziale — preparazione, scambio di informazioni, apertura e concessioni, chiusura e impegno — tanto nel coordinamento fra automobilisti a un incrocio senza semafori quanto nelle grandi fusioni aziendali.

La ricerca offre oggi un ulteriore sostegno a queste idee: la competenza negoziale non riguarda soltanto alcune professioni o le occasioni nelle quali viene aperta formalmente una trattativa.

Il primo passo consiste proprio nel riconoscere quando entra in gioco. Se non vediamo la negoziazione, entriamo nello scambio senza prepararci. Trattiamo la divergenza come un fastidio da eliminare oppure reagiamo alla richiesta dell’altro senza avere chiarito il nostro obiettivo e i margini disponibili.

Riconoscere che stiamo negoziando significa accorgersi che esiste uno spazio nel quale le persone possono influenzarsi reciprocamente e costruire una decisione condivisa.

Negoziare frequentemente, inoltre, non significa automaticamente saper negoziare bene. Fisher e Ury lo scrivevano con chiarezza già all’inizio di Getting to Yes: benché il negoziato si svolga ogni giorno, farlo bene non è facile. La frequenza produce esperienza, ma può anche consolidare abitudini poco efficaci.

Chester L. Karrass ha riassunto efficacemente questa idea nel titolo di un suo libro: «Negli affari come nella vita, non ottieni ciò che meriti: ottieni ciò che negozi». Il valore delle nostre ragioni e dei nostri bisogni non produce da solo il risultato desiderato. Occorre saperli sostenere nel confronto con l’altro e trasformarli in una proposta praticabile.

La competenza negoziale è quindi trasversale ed entra in gioco ogni volta che una decisione dipende anche da qualcun altro.

La frase «negoziamo continuamente» ha ora una prima base empirica.

Sapere che un’interazione su tre contiene un processo negoziale è utile, con tutte le cautele di cui abbiamo parlato.

Ancora più utile però è riconoscere le negoziazioni già presenti nelle relazioni attraverso le quali ogni giorno decidiamo come lavorare e vivere insieme.

Federico Oggian

Business Coach, Formatore, Consulente strategico per aziende e organizzazioni federico@fym.it

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